Ogni mattina, tra le quattro e le cinque, una minuscola striscia d’erba nella nostra strada viene irrigata abbondantemente. La maggior parte dell’acqua finisce sull’asfalto, perché sotto quel prato non c’è abbastanza terra nemmeno per riempire un vaso da fiori che possa assorbirla. Mi sembra uno spreco colossale, soprattutto di questi tempi, ma mi rendo conto che è ben poca cosa. Lo spreco fa parte dei nostri ecosistemi artificiali così come i classici fanno parte di Hollywood. Cosa sono pochi metri cubi d’acqua rispetto ai 250 milioni di dollari necessari per realizzare The Odyssey di Christopher Nolan? E cosa sono quei 250 milioni rispetto ai miliardi bruciati in esplosioni di missili e in chissà quali altre meraviglie? È difficile trovare una giustificazione per ciascuno di questi sprechi e non resta che rimanere sconsolati, consumando altra energia per sfogare la propria amarezza.
Molti mesi prima della sua uscita nelle sale, il film di Nolan è stato accompagnato da uno spreco altrettanto abbondante di commenti. Uno dei temi più controversi è stata la scelta di Lupita Nyong’o per il ruolo di Elena di Troia. A quel punto la nostra specie è diventata subito noiosa, come al solito, dividendosi in due schieramenti rigidamente contrapposti: da una parte i progressisti, dall’altra coloro che si sono irritati perché l’Elena di Nolan è nera, etichettati all’istante come razzisti, più oscuri della morte nell’anima. Quasi quasi andrebbero rieducati, interrogati sulla pubblica piazza su come immaginassero Elena prima ancora di aver sentito parlare del film di Nolan, così da stabilire da quanto tempo covassero un odio tanto esecrabile. Una miriade di esperti, grandi classicisti nati dall’accoppiamento fra ChatGPT e i social network, si è premurata di ricordare che Omero non ha mai scritto di che colore fosse la pelle di Elena. È vero. Non lo ha scritto. Ci viene spiegato che le «bianche braccia» e i capelli «biondi» significano luminosa, splendente, nobile. D’accordo. Ciò che è assolutamente certo, però, è che Elena viene costantemente paragonata alle dee («simile ad Artemide, la dea dall’aureo fuso»). È una creatura di bellezza sovrumana e, per di più, parla con «parole scelte». Potrebbe perfino essere albina, e così ci ritroveremmo davanti a un’altra comunità ingiustamente trascurata: quella degli albini.
Per quanto mi riguarda, il colore della pelle dell’attrice è stato il problema minore del film. Nemmeno i soldati indiani e asiatici mi hanno turbato più di tanto. Credo però che anche l’anima più progressista abbia avuto un sussulto, venendo bruscamente strappata all’esperienza immersiva del film quando sullo schermo sono apparsi i volti di Himesh Patel e Will Yun Lee. Per quanto si possa essere avanzati sul piano intellettuale e ideologico, i nostri sensi sono probabilmente rimasti indietro: sono stati plasmati dalla vecchia cultura imperialista occidentale e continuano a tirarci per la giacca, ricordandoci le immagini dei Greci che abbiamo immagazzinato nel cervello fin dall’infanzia. C’è persino chi si è detto infastidito dall’assolutamente vertiginoso numero di star hollywoodiane che affollano il film.
Al di là di queste derive percettive, bisogna però riconoscere che perfino da un remoto angolo di Cluj abbiamo capito che Hollywood è una nobile istituzione dal cuore grande e generoso, desiderosa di rappresentare il mondo intero (tranne la Grecia, in questo caso); che The Odyssey è una storia universale, uno di quei Racconti che hanno dato origine al nostro stesso modo di raccontare. È solo una coincidenza che questa rappresentazione coincida perfettamente con le percentuali di diversità richieste per concorrere agli Oscar. Le malelingue direbbero che si tratta di una semplice messinscena dal sapore elettorale, ma va bene anche così. Una vera inclusione implicherebbe il sostegno a registi, film e storie africane, asiatiche o persino dell’Europa orientale, costruite secondo modelli narrativi differenti, con il rischio concreto di risultare quasi incomprensibili al grande pubblico. Queste opere probabilmente vengono proiettate in qualche festival frequentato da pochi spettatori, forse ottengono persino qualche premio, ma non conoscono mai una distribuzione davvero significativa. Quanti, ad esempio, si ricordano ancora dello splendido I Am Not a Witch della regista zambiana Rungano Nyoni?
Ma, al di là delle infinite considerazioni ideologiche che ormai accompagnano qualsiasi prodotto culturale, come se fossero un modo per aggiornarci sulla «linea del partito» (il caso Fjord rimane esemplare, con centinaia di commentatori che ammettevano candidamente di non aver nemmeno visto il film, pur sapendo perfettamente quali fossero le sue deviazioni dottrinali), il film di Nolan è anzitutto un disastro dal punto di vista della recitazione. Almeno per me è stato questo l’aspetto più difficile da sopportare, persino più difficile che sentire Odisseo dire «ten fucking years on this beach/ 10 cazzo di anni su questa spiaggia» (quanto è "esametrico"!), o Telemaco parlare di «mom and dad». Di rado mi è capitato di vedere un tale disinteresse per l’arte dell’interpretazione, impressione confermata dallo stesso Matt Damon (Odisseo), il quale, interrogato sul fatto che Nolan possa essere definito un «regista degli attori», ha sfoderato una ventina di espressioni facciali – cioè dieci volte più di quante ne utilizzi nel film – per riuscire infine a pronunciare un esitante «sì, però…». Il senso era che Nolan avrebbe chiesto a ciascun interprete di diventare uno specialista del proprio personaggio, così che, una volta arrivati sul set, fossero gli attori stessi a spiegare a lui il ruolo. Quanto alle assurdità che ciascuno di loro riesce a dire durante le interviste promozionali, stendiamo un velo pietoso.
La scena in cui compare Elena insieme a «Menelao dai biondi capelli» (calvo nel film, se ricordo bene) è difficile perfino da descrivere. Elena è semisfigurata – non si capisce bene perché. Menelao assomiglia moltissimo a una versione decisamente più ripped di Andrew Tate, uno che ha passato ancora più tempo in palestra, mentre la dinamica della coppia ricorda quella fra un boss della manosfera e un’Elena dotata di tutti i doni divini tranne quelli della grazia e della parola nobile. Probabilmente li ha persi dopo aver preso una memorabile bastonata da Andrew-Menelao: almeno questa è la deduzione che ho tratto. Ancora una volta, sono cose che Omero non ha mai scritto, ma che vengono accolte senza alcuna difficoltà e celebrate come grandi intuizioni artistiche. Forse sarebbe utile stilare una lista ideologica, così da sapere una volta per tutte quali delle cose che Omero non ha scritto siamo autorizzati ad accettare e quali invece no.
Le scene dedicate a Odisseo e Calipso, nelle quali si ha l’impressione che lei gli faccia consumare il fiore di loto una trentina di volte nell’arco di tre minuti (il fiore dell’oblio, che nell’originale compare in tutt’altro episodio e non ha nulla a che vedere con Calipso), sono difficilmente distinguibili dall’estetica della pubblicità del profumo J’Adore Dior, nella quale Charlize Theron recita, del resto, con identica efficacia. La dea guarda Odisseo come se fosse il flacone del profumo appena citato e gli parla con l’entusiasmo di una consorte che ha appena scoperto i vantaggi di un resort all inclusive che intende offrirgli per l’eternità. A dire il vero, avevo l’impressione che i due non dialogassero nemmeno fra loro: ciascuno sembrava completamente assorbito da un diverso elemento della scenografia. Matt Damon accarezzava distrattamente il fiore di plastica, mentre Charlize rifletteva con ogni probabilità se qualche ciocca ribelle dei suoi capelli avrebbe conservato quell’aria piacevolmente boho-cool anche sullo schermo IMAX da 70 mm.
L’interpretazione del protagonista si riduce essenzialmente a due sole espressioni: lo sguardo perso nel vuoto oppure il volto contratto nell’urlo. Matt Damon sembra essere stato teletrasportato direttamente dal film in cui viveva serenamente, da solo, su Marte coltivando i propri pomodori… il sogno perfetto di una vita tranquilla. Trasferirsi in campagna: una vita senza orologio. La colonna sonora, costruita per buona parte del film su tamburi che martellano in un interminabile crescendo, dovrebbe compensare la totale mancanza di espressività degli attori, ma temo che riesca a provocare poco più di un’emicrania.
Nel finale, l’eroe e la mampreneur (Penelope, che a un certo punto parla dell’«esperienza» maturata nel mondo del lavoro e nella gestione della città) si godono il loro meritato lieto fine… quasi lieto. Dopo il massacro dei Proci vengono esiliati, ma almeno hanno ancora l’uno l’altra, proprio come i protagonisti di Titanic prima dell’inconveniente dell’iceberg. Matt Damon pronuncia le battute finali con l’espressione di un ospite del Saturday Night Live che legge per la prima volta da un gobbo televisivo una serie di battute poco riuscite. Naturalmente tutto questo non ha nulla a che vedere con il finale dell’Odissea, ma dobbiamo ricordarcelo – o meglio, ci viene ricordato in continuazione –: stiamo pur sempre guardando un adattamento.
La compressione del testo originario era inevitabile, ma il film finisce per trasformarsi in una successione meccanica di sequenze (combattimento–fuga) prive di qualsiasi sviluppo simbolico. Sembra un film d’azione raccontato da un bambino di quarta elementare in un tema scolastico: e poi… e poi… e poi… e alla fine bacia la ragazza. L’hybris di Odisseo non può essere ridotta a una serie di combattimenti in costume da supereroe Marvel. Non si avverte mai che è in gioco il superamento dei limiti imposti ai mortali. Nemmeno del kleos rimane traccia, dopo aver sentito Odisseo parlare della guerra di Troia come della distruzione dell’intera civiltà. Arriva perfino a menzionare la «fine dell’età del bronzo» (!!!), ma sono convinta che intendesse dire la «fine del capitalismo avanzato», quello che, secondo un celebre adagio, non è più capace di produrre innovazione.
Non ci resta allora che immaginare un Odisseo felice, che insieme a Penelope naviga verso il sole, spingendo il macigno del botteghino attraverso una placida, emancipata ed egualitaria felicità domestica. Nel frattempo, noi finiamo per dimenticare di porci la domanda: perché i registi sentono il bisogno di ricorrere ai classici e ai personaggi della storia o del mito per mettere loro in bocca idee e sensibilità proprie del XXI secolo? Tutto ciò appare tanto inutile e illogico quanto l’impiego della tanto decantata tecnologia IMAX 70 mm per realizzare un blockbuster che può essere visto integralmente, senza tagli dell’immagine, in appena quarantuno sale cinematografiche nel mondo. Un’ulteriore dimostrazione del grande rispetto riservato a un pubblico di ogni provenienza e di ogni disponibilità economica che, seduto nella propria multisala, perde comunque almeno metà della pettinatura «broccoli» di Telemaco.
Foto e testo: Oana Pughineanu
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