Il testo di Peter Handke sulla stanchezza comincia con un ricordo d’infanzia. Schiacciata fino alla «sofferenza» dal sovrappiù di una chiesa gremita di fedeli, luci, suoni, odori. Non è la stanchezza che ti colloca tra il mondo cosciente e quello inconscio, con le linee sfumate tra la sensazione di uno svenimento (finalmente un abbandono) e il mondo che hai lasciato alle spalle come un rifugio diventato troppo lontano. Leggendo le parole di Handke sono stata catapultata in un’atmosfera mentale difficile da descrivere, dell’infanzia, nelle estati in cui mi svegliavo da sola nella casa di campagna e non riuscivo a separare la stanchezza assoluta dal riposo assoluto. Per alcuni secondi erano identici. Il corpo sembrava una pietra sommersa che perdeva lentamente peso e cominciava a risalire verso la superficie leggera della luce. Allora l’esterno non era un globo gravoso, si riconfigurava con precisione (i genitori sono in giardino, i bambini dei vicini stanno già giocando, il cane è nel cortile sul retro e non può mordermi) e attraversava il riposo-stanchezza con un taglio netto, anche se tardivo. Un ritardo nella sensazione: l’ombra sotto la vigna che non era ancora diventata una vetrata, il duro letto di legno che non era ancora un oggetto da collezione, lo sgabello a tre gambe per ingozzare le oche che non galleggiava in nessuna memoria, il catino scrostato per la liscivia e il sapone fatto in casa che tuttavia non era il tempo stesso, l’azzurro del cielo che non si opponeva a nulla, suoni che non avevano mai udito parole. Solo una dolce prefigurazione del dolore di queste trasformazioni. L’inizio di un urlo che non smetterà più. Quell’urlo di Ivan Il’ič...
La stanchezza infantile descritta da Handke arriva direttamente all’assurdo. È già una stanchezza beckettiana: «Come una malattia che chiamiamo “terribile” o “maligna”, così era anche questa stanchezza, terribile e maligna, e il risultato era un’immagine deformata tanto dell’ambiente circostante – i fedeli sembravano un’accozzaglia di bambole di feltro e loden, l’altare con le sue decorazioni scintillanti, indistinte in lontananza, diventava un luogo di tortura, amplificato dai rituali e dagli scongiuri caotici dei torturatori –, quanto del bambino abbattuto dalla stanchezza, trasformato in una figura assurda con la testa di elefante». Ma a un certo punto la stanchezza lo estrae dal contesto e si ritrova in un «mondo svuotato di uomini», «oltre i confini del villaggio, solo, incantato: completamente presente, lì, in quel silenzio, nel sibilo, nell’azzurro della strada gelata». Nel caso di Handke abbiamo, da una parte, vicino a ciò che ho chiamato riposo-stanchezza (due placche tettoniche che si sfiorano appena e di cui nessuno sa se si stiano unendo o separando), l’incanto di essere soli, presenti e, dall’altra, la percezione di un luogo specifico, la chiesa, dove ci si sente «avvolti dalla stanchezza come da una vergine di ferro».
In questa particolare stanchezza dell’infanzia possiamo vedere anche qualcosa di diverso dalla banale deregolazione fenomenologica, una sospensione del campo di significato in cui un oggetto appare. La stanchezza non consiste soltanto nel fatto che il mondo non ti si mostra più come un campo di possibilità, ma ti lascia respirare in una presenza che non ha più bisogno di possibilità. Da qui l’incanto, il sollievo di arrivare a un limite oltre il quale non è più necessario scegliere, intendere, progettare, ecc.
La stanchezza adulta (già a partire dalla giovinezza) è quella in cui il proprio corpo diventa una vergine di legno e il partner, l’amico, il docente universitario, gli oggetti, il proprio io (gli esempi sono di Handke) «si sfaldano in banalità», secondo un meccanismo ben noto: è una stanchezza che finisce nel ridicolo, nella violenza, nella separazione e, nei casi «felici», nell’esaurimento «in cui, finalmente, potevi respirare sollevato e tornare in te». Si oscilla continuamente tra un mondo che non ha più bisogno della presenza e una presenza che non ha più bisogno del mondo, culminando in una stanchezza mistica che incrina «l’illusione correlazionista» (l’oggetto che esiste per un soggetto). La stanchezza sregola l’organizzazione del mondo «per me» e la trasforma in un mondo per nulla. Ma questo non conduce alla dissoluzione, bensì a una rinascita: «La stanchezza era ormai mia amica. Ero di nuovo là, nell’universo, anzi, persino al suo centro... La stanchezza organizzava – un ordine rivelatore, non tagliente – il consueto caos, gli dava un ritmo in forme piacevoli all’occhio – fin dove arrivava lo sguardo – lungo l’orizzonte della stanchezza». La stanchezza è «unificante» e rinnova la «vecchia percezione» secondo cui esisterebbe un oggetto in sé. Nella fase della stanchezza lucida, «il mondo mi racconta di sé in silenzio, senza parole, proprio come il mio vicino brizzolato più in là, o come la splendida donna che mi passa accanto con un’andatura ondeggiante; tutti gli avvenimenti pacifici erano già un racconto in sé». Già. Un già ancestrale, contenente un tempo che non abbiamo nemmeno vissuto. Un racconto che non ha bisogno dell’aiuto di un mediatore e che si oppone alla narrazione che provoca repulsione in Handke. L’eterna caduta nel bene e nel male per avanzare verso le «atrocità», verso qualcosa di già conosciuto in anticipo. Le narrazioni non possono esistere nemmeno per i popoli, perché le vere comunità si stancano, si riuniscono nella stanchezza. Esistono invece per «quella massa instancabile, ostinata, condannata dalla disumanità dei fatti alla mancanza di discernimento e a un cammino circolare senza fine».
La stanchezza appartiene a un organismo vivente che ha costantemente bisogno di rigenerarsi attraverso la diminuzione di sé, che lascia spazio all’essere «nel medesimo stare». A volte insieme. A volte no, ma nel medesimo stare con l’organico e l’inorganico. La stanchezza è, in fondo, un destino cosmico dell’umanità, l’unica forma di riconciliazione con se stessa che non può essere deformata dalle narrazioni. Quel già che non dipende da noi. Che è pacifico perché non dipende da noi. Al di là della stanchezza individuale, separatrice, esiste la possibilità di una stanchezza planetaria, comunitaria, una sorta di pace universale dei sensi sazi delle macchine manichee.
Foto e testo: Oana Pughineanu