In un brevissimo video (che ho trovato per caso su internet), l’attore Keanu Reeves della serie Matrix racconta come, trovandosi in compagnia di alcuni adolescenti (i figli di alcuni amici) che non avevano visto i film della celebre saga, abbia cercato di spiegare loro le inquietudini del suo personaggio, convinto che il mondo in cui viveva non fosse reale, che dovesse esistere qualcosa dietro quelle forme. Gli adolescenti hanno risposto: «E a chi importa se è reale oppure no?». L’attore, stupito, chiede loro se davvero non importi affatto sapere se ciò che vivono sia reale oppure no. La risposta è sempre la stessa: «No». Probabilmente questo «no» rappresenta un limite mentale e percettivo per le generazioni più anziane, che hanno vissuto la propria giovinezza senza essere intrappolate nel meccanismo dell’«anello dopaminico» della rete. Ma questo cambia qualcosa nel clima morale della specie? Difficile dirlo. Un drone colpisce un edificio in Romania e, improvvisamente, persino all’interno della tua cerchia di persone non violente, vedi una moltitudine di voci pronte alla lotta, pronte a strapparsi le vesti – e soprattutto a strapparle agli altri – in nome di un poderoso riarmo. Per irritare grandi masse di persone non è poi così importante ciò che è reale e ciò che non lo è. E nemmeno per divertirle, o per irritarle e divertirle allo stesso tempo.
Eppure ciò avrebbe importanza a un livello che, per il momento, chiamerò «nichilistico»: un livello nel quale l’individuo (mai le società) si domanda: «A che pro tutto questo?». A un certo punto, almeno alcuni individui finiranno per irritarsi della stessa minestra servita con un’altra etichetta. Troveranno ridicolo entusiasmarsi ogni quattro anni per un politico o per un altro, per una riforma o per un’altra, per una politica di austerità o per un’altra, perfino per una guerra o per un’altra. Il ridicolo dell’attivismo performativo consiste proprio nella scelta di uno dei conflitti in corso: Ucraina? Gaza? Sudan? Congo? Siria? Nigeria? Dove si trovano gli esseri umani più salvabili?
Anche in condizioni confortevoli, il livello «nichilistico» fa sentire la propria presenza. Forse una delle figure più straordinarie in questo senso è Levin di Anna Karenina. Levin, «uomo sano, marito e padre felice, era stato più volte così vicino al suicidio che nascondeva la corda per non impiccarsi e aveva paura di portare con sé un fucile, per timore di spararsi». Levin è divorato dal non-senso pur senza attraversare nessuna delle tragedie vissute da Anna. Lei giunge al nulla dopo aver consumato tutte le ricchezze e tutte le passioni che la società le consentiva o tollerava. Anna comprende di non poter più sopportare alcuna «invenzione»; Levin, invece, finisce per essere quasi «beatificato» da una di esse, dall’invenzione della «legge del bene», benché sia il primo ad ammettere, in qualsiasi conversazione, di non sapere nemmeno che cosa significhi il bene per il popolo. Dopo aver cercato invano una risposta nei filosofi, negli scienziati e negli amici, sperimenta una mite rivelazione: quella della vita quotidiana vissuta come la vivono tutti. Quasi tutti i personaggi di Tolstoj oscillano tra stati di beatitudine viscerale e abissi mentali di interrogazione su se stessi e sull’esistenza in generale. Anna, a differenza di Levin, raggiunge l’oscurità della stanchezza assoluta perché il nichilismo cui approda è una conclusione di tutto ciò che ha vissuto, una conclusione della vita e non il suo punto di partenza. Levin, invece, mette sotto accusa la propria esistenza idilliaca, scoprendo di aver vissuto bene «quando non pensava al senso della propria vita». Ma ascoltiamo gli ultimi pensieri di Anna: «A che servono queste chiese, il suono delle campane, tutta questa menzogna? Solo a nascondere il nostro odio reciproco, come questi cocchieri che si insultano con tanto veleno... (...) La lotta per l’esistenza, l’odio: è questo l’unico legame che unisce gli uomini. (...) Ad Anna appariva così evidente che nessuno aveva motivo di essere felice, che quelle risate la ferivano dolorosamente. Avrebbe voluto tapparsi le orecchie per non sentirle. (...) Non riesco a immaginare alcuna situazione nella quale la vita non sia una tortura per me, che noi uomini siamo nati per soffrire, e che tutti lo sappiamo, inventando continuamente mezzi per ingannare noi stessi. Ma che cosa fare quando si vede la verità?»
La verità, se dobbiamo dar credito ai filosofi «pessimisti» (così li chiama Thomas Ligotti in The Conspiracy Against the Human Race), è sempre presente, e la sua scoperta dipende, come in Schopenhauer, soltanto dalla coscienza e dal suo avanzare nella conoscenza (una visione diametralmente opposta a qualsiasi destino escatologico). «Man mano che la conoscenza acquista chiarezza e la coscienza si eleva, cresce anche il dolore, che raggiunge nell’uomo il suo grado più alto». Essere coscienti significa essere coscienti della macelleria nella quale si vive. Secondo uno dei più cupi filosofi del Novecento, il norvegese Peter Wessel Zapffe, esistono quattro modalità per anestetizzare la coscienza. La prima è l’isolamento: l’evitamento di qualsiasi pensiero negativo o immagine perturbante. La seconda è l’ancoraggio: «la fissazione dell’attenzione su valori, ideali o istituzioni esterne, al fine di creare un’illusione di senso e di stabilità». Ciò implica l’attaccamento a concetti come Dio, la Chiesa, lo Stato, il dovere, il destino o il futuro («arrivano gli americani», «arrivano i russi», e così via). La terza è la distrazione: il nostro secolo dispone di più forme di distrazione di quante il cervello sia in grado di sopportare. La quarta è la sublimazione.
Il problema – o ciò che le società cosiddette normali considerano problematico – emerge quando nessuna di queste strategie funziona; quando, cioè, gli individui (almeno secondo i filosofi pessimisti) rimangono soli con la verità, soli con la propria coscienza. E ciò che appare davanti ai loro occhi è difficile da sopportare. Con le parole di Zapffe: «Quanto prima l’umanità oserà armonizzarsi con la propria condizione biologica, tanto meglio sarà. E questo significa ritirarsi volontariamente, con disprezzo per le condizioni mondane dell’esistenza, così come le specie amanti del calore si estinsero quando le temperature diminuirono. Per noi è il clima morale del cosmo a essere intollerabile, e una politica dei due figli potrebbe rendere indolore la nostra scomparsa. Invece continuiamo a espanderci e a prosperare ovunque, perché la necessità ci ha insegnato a mutilare la formula custodita nei nostri cuori. Forse l’effetto più irrazionale di questa rinvigorente volgarizzazione è la dottrina secondo cui l’individuo “ha il dovere” di sopportare un’agonia senza nome e una morte terribile se ciò può salvare o favorire il proprio gruppo. Chi si rifiuta viene condannato e mandato a morire, invece di rivolgere la propria repulsione contro l’ordine del mondo che ha generato tale situazione. Per qualsiasi osservatore indipendente, ciò significa accostare cose incommensurabili; nessun trionfo futuro e nessuna metamorfosi possono giustificare la miserabile mutilazione di un essere umano contro la sua volontà. Su un selciato fatto di destini infranti, i sopravvissuti avanzano verso nuove e insipide sensazioni e verso nuove morti di massa».
Inondati dal pensiero positivo, dalla necessità di comunicare qualsiasi cosa, in qualunque momento e a chiunque, tornando con sorprendente rapidità a sistemi autoritari e populisti, ci aspetteremmo di trovare ben poche tracce di queste cupe verità (che forse sarebbe più semplice chiamare «meccanismi» della riproduzione della vita). E invece ecco che una moltitudine di giovani, ai quali non importa più se ciò che vivono sia reale oppure no, se si trovino nella caverna o nel mondo delle idee, espone sui social media il sentimento di esaurimento che sperimenta, la sensazione di non-senso, l’assenza di quei desideri che animavano le generazioni precedenti. Non desiderano carriere, case, automobili, relazioni, matrimoni, figli. Sono giovani tra i venticinque e i trentacinque anni, intrappolati nel programma del «nine to five», gravati da affitti esorbitanti, giovani che, in generale, parlano dal proprio abisso personale. Non progettano alcuna rivoluzione, perché non esiste alcun futuro. Sono così numerosi da poter costituire un esercito, ma non trovano nulla per cui combattere e, soprattutto, non trovano nemmeno l’energia per uscire dalla propria stanza. Ripetono, uno dopo l’altro, quasi le stesse parole: «Non voglio fare nulla. Non voglio vedere nessuno. Non mi sento triste, mi sento letargico. Voglio soltanto restare in uno stato comatoso. Nessuno degli hobby che avevo mi attrae più. Non sono suicida, ma non vedo alcuna ragione per vivere». Anne Karenine che arrivano alla stazione senza aver mai conosciuto Vronskij. Levini che, anche se trovassero il senso della vita, continuerebbero semplicemente a scorrere lo schermo. La diffusione di questa apatia, di questo esaurimento, è diventata un fenomeno. Ha assunto diversi nomi: dall’hikikomori giapponese al quiet quitting, dal languishing al lying flat. Li osservo ogni giorno e, talvolta, intravedo nella loro apatia una speranza. La speranza che almeno i sensi siano ancora capaci di percepire l’assurdo, indipendentemente dal fatto che esso si trovi dentro Matrix oppure fuori. Per questi giovani non funziona più alcuna «invenzione» del «meglio». Non lo desiderano più e, probabilmente, non riescono nemmeno più a immaginarlo. Il loro esaurimento è antirivoluzionario e l’unica cosa che sembrano desiderare è un grande «stop», un nulla. Qualcosa che la società, fabbrica inesauribile di ancoraggi, non offrirà loro mai. Mi piacerebbe credere che il loro rifiuto, la loro stanchezza, finiranno per contare in un modo o nell’altro. Che non saranno medicalizzati o criminalizzati. Che saranno così numerosi da riuscire, un giorno, a mettere in quarantena questa società.
Foto e testo: Oana Pughineanu