marți, 24 martie 2026

Cime muscolose



Per caso, Cime tempestose è stato il primo romanzo che ho letto in questa vita. Col tempo ho dimenticato quasi tutto, tranne l’atmosfera di una cupezza raramente incontrata. Qualche mese fa ho ritrovato il libro in un antiquariato e confesso di averlo riletto come preparazione alla visione del nuovo adattamento cinematografico di questa storia d’amore senza alcun momento di compimento e quasi senza alcun momento di gioia. Non potrebbe esserci nulla di più anti-hollywoodiano. La regista Emerald Fennell si è detta sorpresa che alcuni spettatori insoddisfatti non abbiano fatto attenzione quando hanno letto il titolo del film. Questo è “Wuthering Heights”, non Wuthering Heights. Le virgolette sono la giustificazione per tutto ciò che in questa pellicola non rientra nel termine di “adattamento”. Si tratta di una rivisitazione del libro secondo le fantasie erotiche che lei (Fennell) aveva a quattordici anni quando lo lesse. O meglio, è una rivisitazione diretta di quelle fantasie erotiche che, se non fossero rivestite di abiti d’epoca altrettanto fantasiosi, potrebbero adattarsi perfettamente a qualsiasi romanzo romance degli anni ’80-’90. Così sono entrata in sala sapendo con certezza che il film avrebbe gravitato attorno a scene di sesso che, ovviamente, nel romanzo non esistono. Non si potrebbe nemmeno dire che vi sia erotismo (in senso moderno). Cathy e Heathcliff si percepiscono come un’unica entità, e il loro percorso nel mondo non può condurre ad altro che alla distruzione. Una miriade di influencer ha invaso internet lamentando che non siano adeguatamente rappresentate le classi (persino la lotta marxista ante litteram tra di esse), le razze, che Heathcliff non sia bianco, ecc. ecc. Tra parentesi, mi ha divertito quella che ho percepito come un’ironia nei confronti di Hollywood stessa: la scelta di un’attrice thailandese per la domestica Nelly e di un attore pakistano per interpretare l’aristocratico Linton, descritto nel libro come particolarmente bello e biondo, che diventa il marito di Cathy.

Se nel romanzo la passione tra Cathy e Heathcliff continua a esistere e a crescere fino alla scala mostruosa del post-mortem, nonostante razza, classe, ricchezza, pioggia incessante, vento e tutte le convenzioni sociali del XIX secolo, nel film essa viene diluita fino alle dimensioni di un melodramma adulterino che svuota i personaggi della loro brutalità, dell’ossessione che li consuma. Il romanzo di Brontë non può in alcun modo essere ridotto a una questione di appetito. Catherine confessa: “Lui è sempre, sempre nella mia mente, non come un piacere, così come io non sono un piacere per me stessa, ma come il mio stesso essere.” Credo che Cime tempestose porti alle conseguenze estreme il mito di Tristano e Isotta, anch’essi due figure che non hanno alcuna possibilità di condividere una vita reale, ma solo il desiderio di non perdere l’esperienza estrema che provano quando sono insieme. L’ostacolo non è un incidente, come appare nella relazione tanto banale tra Cathy e il noioso Linton, contrapposto a un Heathcliff che sembra uscito da una pubblicità Coca-Cola (sempre anni ’80-’90), in cui un operaio muscoloso infiamma eleganti signore d’ufficio. Nella buona tradizione del mito, l’ostacolo è solo una condizione necessaria per dimostrare la forza di quel “nonostante tutto”. Il compimento adulterino che Fennell fantastica blocca l’intreccio. Ero curiosa di vedere cosa si potesse fare con personaggi che si “consumano”. Dove si può portare la storia da qui? Da nessuna parte. In una morte “copia-incolla”, una conseguenza biologica che non ha più nulla a che vedere con quella morte come unica forma di risposta a una relazione eccessiva, inumana. Ma questa detensione della dimensione mitica del romanzo attraverso alcune immagini semi-pornografiche non rappresenta nemmeno la parte più imbarazzante del film, perché a un certo punto si verifica una rottura di registro così grossolana da non rispettare nemmeno la coerenza di questo Heathcliff-bruto incolto (che nel romanzo non è). A un certo punto lo scopriamo mentre pronuncia banalità post-freudiane sul piacere, come se fosse stato appena paracadutato da una sessione di auto-conoscenza e accettazione dei propri desideri. Nulla rimane opaco nei sentimenti tra i due. Manca solo una seduta di coppia con un sessuologo.

L’estetica del film, fatta eccezione per i primi dieci minuti, lascia molto a desiderare. Si rimane sconcertati non solo dai set di cartone (alcune rocce sembrano residui polverosi teletrasportati da Jurassic Park), da una casa il cui portico, per ragioni ignote, è rivestito di piastrelle che ricordano i tristi bagni delle autostazioni, o dal vestito da cameriera Oktoberfest che l’eroina indossa prima del matrimonio, ma anche dalla perdita dell’arte dell’inquadratura e della costruzione di un’immagine composta da qualcosa di più del primo piano dei volti e dell’eterno effetto bokeh (sfocatura dello sfondo), abusato al punto da diventare il segno di un fallimento compositivo. I primissimi piani estremi usati da Fennell avrebbero una loro logica, nella misura in cui Heathcliff e Catherine attraversano le vite altrui e le proprie come un tornado, ma il loro abuso sfocia nell’artificiale. Questa leggibilità emotiva dei volti è una soluzione di emergenza, che tenta di creare un’intensità resa impossibile da tutte le scelte interpretative del romanzo. Il mondo in cui Catherine e Heathcliff vivono è immenso e al tempo stesso rigidamente circoscritto. La natura selvaggia, i giardini del romanzo giocano costantemente con questo aperto-chiuso in cui tutti i personaggi, tranne loro due, si muovono come pedine. Non posso non pensare alle inquadrature con cui Jane Campion apre The Piano, al modo in cui usa la vastità e la furia della natura per incorniciare le piccole creature che portano il proprio peso, che si ostinano a esistere. Nel film di Fennell la natura è un grande fallimento e, per quanto bagni i vestiti dei personaggi, non riesce a sottrarli all’atmosfera da videoclip di boy band.

Non so come avrei guardato questo film se il libro mi fosse stato sconosciuto. Probabilmente non diversamente da una moda stagionale di produzione di immagini da Instagram. Ma conoscendo il romanzo non ho potuto non chiedermi: perché? Perché hai bisogno di un classico per questa sequenza di fantasie? Avrebbe funzionato anche senza, forse persino meglio. La risposta non è facile. Non si tratta solo di creare un grande clickbait, un’esca per lo spettatore che ha bisogno di cultura come l’influencer fitness ha bisogno, una volta all’anno, di un selfie con la Gioconda. Sento che ha a che fare con uno stato generale di degradazione non solo intellettuale, ma quasi mentale, che l’ossessione per la creazione di contenuti porta con sé in questo secolo. Si può mescolare tutto con tutto, si può passare sopra ogni cosa. Nulla di nuovo: è quel anything goes postmoderno, ma diventato atmosfera generale di deregolarizzazione sinaptica, non più solo un gioco intellettuale di rifiuto dei valori universali. Viviamo in un tempo in cui il presidente americano può pubblicare un video generato dall’IA che raffigura l’ex presidente Obama e sua moglie come scimmie. È lo stesso tempo in cui un influencer si è montato in un video che lo ritrae accanto a Epstein nel suo jet privato per ottenere maggiore visibilità e promuovere prodotti. Quasi diventa una vergogna non comparire in questi dossier: significa che eri/ sei un nessuno. Nulla banalizza uno scandalo più della sua diffusione su internet, questa macchina che appiattisce ogni crisi morale e quindi evita ogni conseguenza reale. Le indignazioni si esauriscono in condivisioni. Chiedersi perché una regista abbia bisogno di un romanzo classico per filmare una sequenza di scariche sessuali significa non comprendere la logica del tempo in cui viviamo, la logica dell’engagement, significa essere del tutto impreparati a ciò che verrà: un grande tutto mescolato di tutto con tutto, un grande “perché no?”. È l’unico modo per spiegare perché una miriade di case editrici abbia ripubblicato il romanzo di Emily Brontë non solo con l’immagine del film in copertina, ma anche con il titolo racchiuso tra le virgolette (!) di Fennell. L’unica cosa che resta inspiegabile è perché non tengano in mano l’ultimo modello di iPhone.

Foto e testo: Oana Pughineanu 

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