Sembra che l’AI possa soffrire di demenza. Poiché i dati di cui ha bisogno sono così immensi, finisce per restare senza nutrimento mentale di qualità. Ma questo accade anche ai piani alti: agli sceneggiatori di Materialists. Pare che questo film, nel quale si è concentrato un numero non trascurabile di cliché, colpisca per una superficialità particolarmente profonda, se ci è consentito questo barbarismo. Si può avvertire il momento esatto in cui i cliché diventano completamente devitalizzati: non funzionano più nemmeno come scorciatoie mentali, ma si trasformano in una palude in cui tutti i personaggi riescono a malapena a fare un passo. E non solo i personaggi. Attraverso di loro si intravedono anche gli attori, che non sembrano più fare alcuno sforzo. Non è difficile capirli. In pratica, non hanno dei ruoli. Un PowerPoint infarcito di emoji sarebbe stato più “vitale” di questa incursione nel mondo del matchmaking, quasi totalmente meccanizzato, che utilizza però macchinari datati per individuare somiglianze e sottolineare punti non negoziabili.
In teoria, il film avrebbe dovuto essere la storia di lei (la materialista), chiamata a scegliere tra due pretendenti: uno perfetto e ricco, l’altro perfetto e povero (sempre disposto ad aspettare davanti alla porta e a risolverle problemi che probabilmente non avrebbe avuto se il perfetto ricco fosse stato un po’ più perfetto). Ma non si tratta di un triangolo amoroso (tutto è pulito e corretto da questo punto di vista: la materialista si è separata da anni dall’ex povero, che per caso fa il cameriere alla festa dove lei incontra il ricco). In questo film non c’è tempo per turbamenti come quelli del Ritratto di signora (che aveva ben tre pretendenti e un marito), perché qui si parla di altezza più che di qualsiasi altra cosa. L’altezza diventa un personaggio a sé, una volta spuntata la casella del conto in banca. Il pretendente perfetto e ricco (definito “unicorno” per la sua rarità) rivela di essersi sottoposto a un intervento di allungamento delle gambe. Altrimenti sarebbe rimasto il milionario dimenticato dalle donne, costretto a piangere sera dopo sera da solo davanti agli schermi con le quotazioni di borsa e l’ultimo successo Netflix, come sappiamo che fanno tutti i milionari bassi. Non riusciamo nemmeno più a immaginarlo circondato da bottiglie di Cristal. Ogni forma di perdita di sé è severamente proibita. Avrebbe sofferto su un tapis roulant, perché nulla avrebbe potuto impedirgli di fare del paradiso con ciò che non aveva. La scena in cui l’unicorno piega le ginocchia per diventare basso, per mostrare alla materialista quale fosse stata la sua vera altezza e dunque quanto fosse insignificante sul mercato sentimentale, dovrebbe restare per sempre ineguagliata per una tale concentrazione di ridicolo da non provocare più nemmeno il riso, ma direttamente una tristezza quasi metafisica: quella del tempo perduto.
L’amore compare, in un dialogo di dieci secondi, come uno degli “ingredienti da mettere sul tavolo” durante la contrattazione matrimoniale. E poco altro. È così difficile intuire come potrebbe esprimersi questo amore che la regia ha bisogno di due scene (all’inizio e alla fine del film) con gli uomini delle caverne (sognati dalla materialista) per introdurre un po’ di “incomprensibile”, un po’ di je ne sais quoi nella lista interminabile di negoziazioni necessarie alla formazione di una coppia. Così un lui preistorico (ma pettinato secondo l’ultima moda hipster) infila al dito di lei (una donna delle caverne che sembra appena uscita da una... caverna) un anello fatto con un fiore. La scena viene ripetuta nel XXI secolo da lui, il perfetto povero, che mette lo stesso fiore al dito della materialista, questa volta IRL (in real life). Grazie alla caverna, lo spettatore che ha resistito alla scena delle ginocchia piegate può tirare un sospiro di sollievo, dicendosi mentalmente “eppure, l’amore”, dopo aver assistito a tutti gli schemi procedurali e contrattuali delle coppie che funzionano in vista dell’ottimizzazione del partner.
Mi sono chiesta se, dopo gli anni ’70, esistano film d’amore generazionali. L’ultimo che riesco a ricordare è Love Story, dove l’ostacolo è la morte. Un altro è Tootsie, con il travestimento. Certo, sono stati realizzati film eccezionali sull’argomento (In the Mood for Love, Silent Light, Amour, La pianista), ma non film pensati per un pubblico vasto che potesse riconoscere in essi nuove sensibilità. Probabilmente l’ultimo blockbuster è stato Il paziente inglese, ma il suo fascino risiedeva nell’aria “d’epoca” dei protagonisti di un modello di amore-passione ormai tramontato. Ogni traccia di confronto con l’alterità, di perdita del mondo, di uscita da sé sembra essersi evaporata dall’amore che, se pensato nei termini di Bell Hooks, per esempio, sarebbe difficilmente distinguibile da una noiosa seduta di psicoanalisi o persino da un team building, in cui i partner diventano medici/pazienti l’uno dell’altro, si mantengono funzionali e in forma per tutti i sistemi che li inglobano: un amore che, per essere salvato dall’abuso, viene salvato da se stesso, diventando una forma di auto-cura assistita. Ogni forma di rischio, di trasgressione viene fusa in una cultura organizzativa di coppia. I sentimenti diventano competenze. È una narrazione senza ostacolo, e non stupisce che diventi il più grande fallimento hollywoodiano. Al di là dell’altezza e dell’età, i poveri sceneggiatori non possono più contare su nulla per tirare in lungo la “storia”.
Sembra che il mito di Tristano e Isotta, che ha modellato secoli di sofferenze d’amore, stia esalando l’ultimo respiro. “L’amore felice non ha storia”, dichiarava Rougemont nel suo celebre studio L’amore e l’Occidente. Ora non ha più nemmeno lo slancio di una commedia romantica. “Non si sono scritti romanzi – continua lo stesso autore – che sull’amore fatale, cioè sull’amore minacciato e condannato dalla vita stessa. Ciò che eleva, nella lirica occidentale, non è né il piacere dei sensi né la pace feconda della coppia. È piuttosto la passione amorosa che l’amore compiuto. E la passione significa sofferenza. Ecco l’idea fondamentale. […] Abbiamo bisogno del mito per esprimere il fatto oscuro e inconfessabile che la passione è legata alla morte e che trascina con sé la distruzione di coloro che le si consacrano anima e corpo. Ciò significa che desideriamo salvare questa passione e che amiamo questa infelicità, sebbene la morale ufficiale e il nostro pensiero le condannino.”
Osservando i fallimenti hollywoodiani nel produrre un nuovo love story (sintomo di una malattia ancora senza nome), non possiamo che ammirare ancora una volta il modo in cui i modelli di consumo pacificano persino le forze dell’inconscio. Con l’aiuto dei mass media ci siamo abituati a vivere in un conflitto generalizzato senza più riuscire a trasformarlo in tragedia, senza filtrarlo attraverso un mito che tracci una vetta, un limite, un’“arte della perdita”. Guardiamo ogni giorno persone uccise senza motivo per strada perché non sono più “compatibili” con una società. Nella coppia come nella società, questo anti-mito dell’ottimizzazione non ci consente più alcuna forma autentica di vivere insieme, nella misura in cui ciò implichi un rischio. Per gli sceneggiatori hollywoodiani, la caverna è diventata una sorta di serbatoio simbolico per spiegare l’inesplicabile dell’incontro, la possibilità della convivenza tra – diciamolo pure – non-identici. C’è bisogno della caverna per introdurre un minimo di gravità cosmica, “destinale”, così come in politica c’è ancora bisogno di baciare croci e assumere il ruolo di salvatori dell’anima della nazione. Può essere sufficiente questo per condividere il mondo attraverso un incontro che non sia, nelle parole di Luce Irigaray, “una semplice divenire individuale all’interno di un orizzonte già definito da una cultura, una lingua, un popolo, ma un divenire umano che mette in questione ciò che è già accaduto all’umanità”? Per ora sembra soltanto un modo di disseminare violenza e, allo stesso tempo, di appiattire gli organi con cui la percepiamo.
Confesso che attendo con curiosità l’adattamento cinematografico di Wuthering Heights / Cime tempestose, che ha già lanciato il trailer. Non riesco a immaginare una storia d’amore più oscura e anti-hollywoodiana: praticamente priva di qualsiasi momento di gioia, una storia fatta di perdite continue e cadute nell’abisso. Da ciò che ho visto, sembra una sorta di Frankenstein con personaggi che hanno viaggiato nel tempo, hanno trascorso molti anni a guardare sfilate Balenciaga, per poi tornare nel loro secolo e trasformare in oggetto di scena Vogue propiro lʼamore-passione.
Foto e testo: Oana Pughineanu
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